LONDRA – “Quest’uomo non può rimanere al potere”, ha detto Joe Biden parlando di Vladimir Putin a conclusione del suo discorso di sabato a Varsavia. Il Cremlino ha protestato avvertendo che un linguaggio del genere complicherà qualsiasi trattativa sulla guerra in Ucraina. La Casa Bianca ha subito precisato che il presidente americano non intendeva chiedere “un cambio di regime”. Ma da giorni si parla della possibilità di un golpe contro Putin a Mosca. Ecco in che modo potrebbe accadere e che cosa potrebbe invece impedirlo.
Cosa ha detto di preciso Biden?
“Per amor di Dio, quest’uomo non può rimanere al potere”. Poco prima aveva definito Putin “un macellaio”. Nei giorni precedenti lo ha chiamato “un criminale di guerra”.
Si è trattato di una gaffe?
In un certo senso, sì. Biden è noto per lasciarsi scappare cose dette spontaneamente, talvolta in maniera assai poco diplomatica. Proprio per questo l’impressione è che, riguardo al fatto che secondo lui Putin “non può rimanere al potere”, abbia detto esattamente quello che pensa. Ma la Casa Bianca si è resa conto che la frase può essere controproducente, inasprendo la guerra: non solo perché Putin si sarà sentito insultato, ma perché se il presidente russo pensa di non avere niente da perdere, se crede che l’intento dell’Occidente non sia solo quello di difendere l’Ucraina, ma di rovesciarlo, avrebbe meno incentivi a negoziare un compromesso con Kiev e interrompere il conflitto.
Chi ha criticato pubblicamente Biden per queste parole?
Tra le critiche più autorevoli, oltre a quelle espresse dal presidente francese Macron, spicca il parere di Richard Haas, presidente del Council on Foreign Relations, una think tank americana, ex-ambasciatore Usa e diplomatico di lungo corso: “Di fatto Biden ha amplificato gli obiettivi americani, chiedendo un cambio di regime a Mosca”, ha twittato Haas.
“Per quanto ciò sia desiderabile, non è nel nostro potere realizzarlo. In più, rischia di aumentare l’attitudine di Putin di vedere questa come una lotta sino alla fine, accrescendo il rischio che non scenderà a compromessi e punterà a una escalation. I nostri interessi sono concludere la guerra a condizioni che l’Ucraina può accettare e scoraggiare una escalation della Russia. L’appello di Biden a un cambio di regime è inconsistente con entrambi gli obiettivi”.
Chi ha approvato l’intervento del presidente degli Stati Uniti?
Lo ha fatto tra gli altri Simon Tisdall, un columnist del Guardian di Londra. Che riassume così il concetto: “L’idea che Putin possa rimanere al potere, anche se fosse raggiunto un accordo sull’Ucraina, è al tempo stesso poco pratica e oscena. Con le sue azioni disumane, il dittatore russo si è posto al di là di ciò che è accettabile. Rappresenta una minaccia all’ordine mondiale, un insulto alla pubblica decenza. Il suo regno omicida deve essere fatto crollare dall’interno, l’Occidente deve fare tutto quello che può per incoraggiare un colpo di stato. Ci sono buone ragioni per credere che gli oligarchi miliardari, i generali delle forze armate, i burocrati delle aziende di stato e i politici corrotti abbiano ripensamenti sulla guerra ora che non possono più viaggiare in Europa e il rublo crolla”.
Ci sono segnali di dissenso verso Putin in Russia?
A parte i 15 mila arresti a manifestazioni di protesta in tutto il paese e le centinaia di migliaia di russi fuggiti all’estero per non tornare a vivere sotto una dittatura come ai tempi dell’Urss, una gola profonda russa ha rivelato crescente dissenso nei servizi di sicurezza. L’assenza dalla scena pubblica da due settimane del ministro della Difesa Shoigu e del capo di stato maggiore Gerasimov può volere dire due cose: o non vogliono più apparire come il volto della guerra o Putin li ha messi all’indice accusandoli di responsabilità perché la guerra va male. In ogni caso sono sintomi di disagio.
Come la pensa la maggioranza della popolazione?
La maggioranza riceve solo notizie dalla Tv di stato, che censura ogni dissenso o problema e fa una propaganda senza mezzi termini a favore di Putin in chiave anti Ucraina e anti-occidentale. Tuttavia cominciano a esserci code nei negozi per i generi di prima necessità e questo con il tempo può creare scontento.
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Chi potrebbe organizzare teoricamente un golpe contro Putin?
In concreto, il ministero della Difesa e l’Fsb, il servizio segreto erede del Kgb sovietico, facendolo arrestare. Dal punto di vista politico-economico, servirebbe la pressione congiunta dei capi delle grandi aziende di Stato, come il gigante energetico Gazprom, e degli oligarchi, ossia la classe di miliardari colpiti dalle sanzioni proprio perché considerati finora complici di Putin, avendo ricavato da lui e dal suo predecessore Boris Eltsin le loro ricchezze.
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C’è anche qualche forza che potrebbe intervenire in difesa di Putin?
C’è. Si tratta della Guardia Nazionale russa, un corpo di ben 300 mila uomini formato per legge da Putin nel 2016, in teoria con compiti che includono la lotta al terrorismo e al crimine organizzato ma di fatto con uno scopo principale: proteggere Putin stesso da ogni minaccia di insurrezione popolare o colpo di Stato. Qualcuno l’ha ribattezzato “l’esercito privato del presidente”. Il direttore ovvero comandante in campo della Guardia Nazionale, Viktor Zolotov, è una ex-guardia del corpo di Putin, di Boris Eltsin prima di lui e prima ancora del sindaco di Leningrado, Anatolij Sobciak, quando all’inizio degli anni ’90 Putin era il vice-sindaco della città. Putin conosce dunque benissimo Zolotov e lo ha arricchito oltre misura per la sua fedeltà, donandogli appartamenti e terreni per un valore pari a decine di milioni di euro seconda stime dell’opposizione. In modo analogo hanno ricevuto benefici e alti salari tutti gli ufficiali e perfino i soldati semplici della Guardia Nazionale: sanno che, se cade Putin, perderanno i loro previlegi e dunque sono determinati a difenderlo.
Allora è impossibile farlo cadere in un golpe di palazzo?
Altri dittatori ben protetti sono caduti prima di lui, ma oggi Putin è probabilmente meglio protetto di chiunque. Non si può escludere lo stesso che le difficoltà della guerra, le sanzioni e il disagio popolare prima o poi producano un’insurrezione di piazza o un golpe dall’interno o entrambe le cose, ma è probabile che occorra del tempo per arrivarci.
È già accaduto che un leader russo sia rovesciato dai suoi consiglieri e ministri?
Sì. Nikita Kruscev fu defenestrato nel 1964 per ragioni in qualche modo simili alla crisi attuale: la fallita sfida all’Occidente con la cosiddetta “crisi dei missili” a Cuba nel 1962 e difficoltà economiche che gli vennero rimproverate. Ma a prendere quella decisione, sia pure in un sistema totalitario, fu un organo ristretto al cui interno il leader supremo doveva cercare di avere una maggioranza: il Politburo del Partito comunista sovietico, la cui dozzina di membri costituiva di fatto il vero governo collettivo dell’Urss. L’operato di Kruscev fu messo in minoranza dagli altri membri del Politburo, tra cui Leonid Breznev, che divenne il suo successore, approfittando di una vacanza del leader che in quel momento si trovava sul mar Nero. Ma intorno a Putin non c’è un Politburo, i ministri non godono degli stessi poteri per metterlo in minoranza ed estrometterlo.
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Un altro tentato golpe ci fu nell’agosto del ’91 contro Mikhail Gorbaciov, orchestrato dagli oppositori della perestrojka, le sue riforme per democratizzare l’Urss, in cui i cospiratori principali erano il ministro della Difesa, il capo del Kgb e il vicepresidente sovietico, ma fallì dopo tre giorni per la resistenza dell’opposizione ai carri armati schierati dai golpisti nelle strade di Mosca. E anche per l’incapacità dei golpisti di usare la mano dura prendendo la folla a cannonate o eliminando Gorbaciov. Il loro errore più grande fu forse quello di non riuscire ad arrestare Boris Eltsin, che come presidente della Russia, la più grande delle quindici repubbliche sovietiche, rappresentava il leader del fronte democratico. Lo stesso Eltsin fu vittima di un golpe due anni dopo, ma lo respinse usando lui la mano duro, con i carri armati che aprirono il fuoco contro la sede del parlamento in cui si erano rifugiati i golpisti.
Ed è prevista dalla legge russa una forma legale di rimuovere il presidente?
Sì. Anche in Russia, come negli Usa e in altri paesi, esiste una procedura di “impeachment”, ovvero per costringere il presidente a dimettersi: è regolata dall’articolo 93 della costituzione e prevede un voto della Duma, il parlamento russo, con una maggioranza minima di due terzi, accompagnato dall’opinione favorevole della Corte Suprema e della Corte Costituzionale. La procedura è stata attivata tre volte negli anni ’90 per cercare di rimuovere dal potere Boris Eltsin su richiesta dei partiti di opposizione che si opponevano al nuovo corso democratico della Russia ed è stata respinta due volte non avendo ottenuto il numero di voti necessario. La terza volta l’impeachment fu richiesto nell’ambito del tentato e fallito golpe armato del ’93.
social experiment di Livio Acerbo #greengroundit #repubblicait – fonte originale qui
