Tangentopoli: un terremoto che conduce in un tunnel così lungo da sembrare infinito; che sbuca in uno stadio rumoroso; e con gli spalti che precipitano in un abisso, ma poi ci s’arrampica sull’ottovolante e, alla fine di tutto, il Luna- park chiamato Italia si ritrova cambiato. E non si sa mai dire come. Anzi, può legittimamente essere ricordata una celebre frase di Tancredi, il nipote del principe di Salina: ” Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. E, ovviamente, proseguendo in quel libro, “noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”.
A distanza di trent’anni, so di non aver fatto pace non tanto con Tangentopoli, quanto con le mistificazioni intorno a Tangentopoli. Era iniziata il 17 febbraio 1992, con l’arresto per corruzione del presidente della Baggina, istituzione cara ai cittadini. In quel pomeriggio invernale si creò la prima onda del sisma, con epicentro il palazzo di giustizia di Milano, in corso di Porta Vittoria. E ci sarebbero state via via altre scosse sconvolgenti per tutti i partiti, per il potere occulto e quello delle istituzioni, per l’economia, la finanza, gli elettori, la chiesa. Con crolli e macerie.
Questo terremoto lo si percepiva non dall’alto di un satellite, ma stando nelle profondità di un tunnel. Dentro c’eravamo in tanti, a sgomitare, per trovare uno spazio. Dai cronisti ai magistrati, dai politici agli imprenditori, dai manager agli agenti di polizia giudiziaria. I lettori, avidi di notizie, in quel tempo non ne potevano più del debito pubblico, dei lavori pubblici infiniti, del gigantesco malaffare. E i caduti per mano delle mafie, i caduti abbandonati dallo Stato, ci avevano non solo indignato, ma fatto piangere e fatto arrabbiare. Tangentopoli sembrava la vendetta perfetta di chi si credeva onesto, o tale voleva apparire.
Gli arresti per corruzione e concussione arrivano a ondate. La prima fase finisce a Milano con le manette ai polsi di un comunista. Si scoprono le mazzette per la metropolitana di Milano, vengono arrestati anche politici che passavano per “moralizzatori”, azzerati i vertici Atm, catturati manager Fiat, il colosso Lodigiani falcidiato, manette nella Sea e finisce a San Vittore – è solo il giugno ‘ 92 – anche Salvatore Ligresti: era il super- costruttore che ha cementificato Milano, un intoccabile. Poco dopo un boiardo di Stato esce dalla cella ed esclama: “I giudici sanno tutto, ne arresteranno mille ” . A dicembre, avviso di garanzia clamoroso: è per il potentissimo leader del Psi ed ex presidente del consiglio Bettino Craxi.
Il direttore Eugenio Scalfari, che vedeva crollare i suoi avversari di sempre, ci chiese di dare spazio ai verbali d’interrogatorio: erano la documentazione formidabile dei meccanismi del “do ut des”, della corruzione colossale e spicciola, a volte della disperazione umana di chi era costretto a pagare per poter lavorare e di chi era costretto a “prendere” tangenti per far carriera dentro il partito.
Un campionario di menzogne e verità mescolate insieme. Ma ogni volta che si sbucava fuori dal tunnel delle giornate di lavoro lunghe anche 13, 14, 16 ore, ci si trovava spesso in mezzo al frastuono delle tifoserie. Moltissimi cittadini sostenevano i magistrati, erano nato il pool Mani Pulite. E non pochi sostenevano la “Prima Repubblica”. Il tifo popolare era innegabilmente in maggioranza per le toghe, ma non è che corrotti e corruttori giocassero la partita fuori casa. Erano e sono potenti.
Le polemiche, le malvagità e i tranelli prosperavano anche negli abissi: quello tragico e doloroso dei suicidi, l’abisso civile di arresti in diretta tv, l’abisso di scoprire la finzione di una politica divisa in parlamento, ma unita nel finanziamento illegale. Dai tanti abissi si riemergeva attraverso giornate se non intere settimane da ottovolante, come nell’estate del 1993: morte in carcere di Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni; morte a casa sua di Raul Gardini, il ” pirata” che voleva conquistare la chimica; la strage per la bomba piazzata da Cosa Nostra in via Palestro. E poi daccapo, senza soluzione di continuità: tunnel, stadio, abisso.
Abbiamo seguito centinaia e centinaia di racconti sugli appalti truccati. I soldi delle mazzette andavano alle segreterie, ma anche nelle tasche di chi maneggiava quei fiumi di denaro sporco. Ci sono migliaia di tracce contabili. Ci sono state retate dentro gli stessi controllori, dalla guardia di finanza ai magistrati romani, che si vendevano le sentenze.
Ma negli anni successivi? Ecco, invece di studiare norme che rendessero trasparenti gli appalti e sanzionassero la corruzione, sono diventati obiettivi da colpire attraverso le leggi parlamentari sia i magistrati, perché finisse il controllo della legalità, sia i giornalisti, affinché tacessero. Invece di approvare leggi contro il crimine, venivano studiate leggi – questo è – a favore del crimine.
Sento ancora discutere del ” pool dei giornalisti”: era una stagione nella quale, tra colleghi, ci si è anche traditi, non ci si è più salutati, purtroppo si è barattato il rispetto di se stessi per una notizia. Penso anche a quei politici e imprenditori che, uscendo da San Vittore, ci giuravano: ” Qui c’è tanta umanità, ma le condizioni sono indegne. Faremo qualcosa…”. Ma usciti di galera, finita la stagione delle manette, i gattopardi e le iene erano tornati ciascuno al proprio Luna- park. Tangentopoli, che meravigliosa occasione sprecata per il nostro Paese.
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