Falcone e Borsellino: 30 anni dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio il nostro debito resta intatto

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono due eroi italiani, caduti nella lotta contro la mafia, con i quali tutti noi siamo in debito. A trent’anni dalla morte rappresentano un modello di interpreti della giustizia e servitori dello Stato che racchiude i valori fondamentali della Costituzione repubblicana: impegno per la difesa dello Stato di Diritto, fedeltà ai diritti fondamentali di ogni cittadino, volontà di proteggere e migliorare la qualità della vita della nostra comunità nazionale.

La loro capacità di sfidare la criminalità organizzata nasceva dalla profonda conoscenza dell’avversario, l’umiltà di non sottovalutarlo e la determinazione a non arretrare mai nella difesa delle nostre libertà.

La mafia scelse di ucciderli, con la violenza più feroce, nella miope convinzione che eliminando loro sarebbe riuscita a tornare padrona assoluta del campo, obbligando lo Stato a ritirarsi. In realtà è avvenuto l’esatto contrario perché l’assassinio di Falcone e Borsellino fu uno shock nazionale che spinse la grande maggioranza degli italiani a comprendere l’entità del loro valore, l’importanza del loro esempio e in ultima istanza la possibilità di non avere paura davanti alla mafia.

Ecco perché ricordare Falcone e Borsellino, le loro vite e le loro azioni significa rendere la Repubblica più salda, le istituzioni più forti e tutti noi più uniti in un duello con la criminalità organizzata che abbiamo ereditato dai nostri genitori e che lasceremo in consegna a figli e nipoti. Nella consapevolezza che solo la responsabilità di ognuno di noi nel preservare e rinnovare l’eredità di Falcone e Borsellino può consentirci di essere più forti di chi crede nella morte e disprezza il prossimo. (Maurizio Molinari)

Un primo piano di Giovanni Falcone 

Nel cratere dell’autostrada trent’anni di misteri

di Salvo Palazzolo

Trent’anni dopo, quel cratere sull’autostrada di Capaci è ancora una voragine piena di misteri. Ecco l’ultimo. La sera del 23 maggio 1992, un camionista telefonò al numero verde dell’Alto commissariato per la lotta alla mafia: “Ieri, c’erano tre operai che stavano lavorando proprio lì dove hanno ammazzato il giudice Falcone – disse – e mi è sembrato strano, perché erano le 19.30, e poi avevano una tuta giallina troppo pulita per essere un fine settimana”. Una testimonianza importante, la telefonata fu inviata subito alla procura di Caltanissetta, che la fece trascrivere, ma non venne fatto nessun altro approfondimento: il verbale è rimasto per trent’anni in un archivio, dove Repubblica l’ha ritrovato.

E, adesso, le parole di quel testimone dimenticato (o rimosso?) rilanciano il mistero. Chi c’era davvero sull’autostrada Punta Raisi-Palermo per preparare e realizzare l’attentato che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i poliziotti Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.
Trent’anni dopo, sono ancora tanti i punti oscuri di una strage che ha segnato la storia d’Italia. Nonostante tre degli esecutori materiali, diventati collaboratori di giustizia – Giovanni Brusca, Gioacchino La Barbera e Santino Di Matteo – abbiano assicurato che non c’erano presenze esterne nel commando messo in campo dalla Cupola mafiosa diretta da Salvatore Riina.

Ma i dubbi restano, sono fissati nelle stesse sentenze che hanno condannato mandanti ed esecutori di Cosa nostra. E la magistratura continua a indagare.

Le piste aperte

La procura di Caltanissetta, oggi diretta da Salvatore De Luca, e la procura nazionale antimafia, adesso guidata da Giovanni Melillo, scavano dentro vecchie piste e nuovi spunti. Si prova a dare un’identità al Dna femminile estratto dal guanto ritrovato accanto al cratere, subito dopo la strage. Si indaga sull’utenza del Minnesota chiamata due ore prima dell’attentato da Antonino Gioè, il mafioso che poi si impiccò il 28 luglio 1993 nel carcere di Rebibbia (altro episodio avvolto da troppi misteri): l’Fbi ha comunicato che l’utenza fissa era installata in un residence di Maplewood. Chi c’era in quell’appartamento?

Gioè, uno dei componenti più autorevoli del commando di Capaci, utilizzava un telefonino con un’utenza fantasma, ovvero un numero che all’epoca non era stato ancora assegnato in modo ufficiale: già durante le prime indagini, era emerso che il trucchetto era stato reso possibile da qualcuno all’interno dell’agenzia Sip di Roma Nord, da sempre al centro di molti sospetti per collegamenti con ambienti deviati dei servizi segreti.

I magistrati provano anche a dare un volto a una figura misteriosa a cui ha fatto cenno Gioacchino La Barbera. Ha detto: “Mentre stavamo mettendo da parte l’esplosivo per l’attentato a Falcone, in una villetta di Capaci, notai una persona che non avevo mai visto. Arrivò con Antonino Troia, il capomafia di Capaci, parlò pure con Raffaele Ganci, il capomafia della Noce. Non l’ho più vista quella persona”.

La talpa

Un altro filone di indagini è legato alle parole pronunciate in carcere da Salvatore Riina. Intercettato dai pm dell’inchiesta Stato-mafia, diceva al compagno dell’ora d’aria: “Abbiamo incominciato a sorvegliare, andare e venire da lì, aeroporto, cose… abbiamo provato a tinghitè (in abbondanza, ndr), siamo andati a Roma, non ci andava nessuno…. Non è a Palermo… fammi sapere quando arriva… in questi giorni qua”. L’intercettazione è disturbata, alcune parole non si riescono a comprendere. “Andammo a tentoni – prosegue il padrino – fammi sapere quando prende l’aereo”. Chi fece sapere al commando di Riina quando Falcone avrebbe preso l’aereo di Stato allo scalo romano di Ciampino per arrivare a Palermo? Nessun pentito ha saputo dirlo. Doveva tornare in Sicilia il venerdì, la scorta era stata già allertata. Poi, all’improvviso, un impegno della moglie fece slittare al giorno dopo il ritorno a casa.

Gli uomini in tuta

Chi c’era davvero a Capaci? I mafiosi condannati nascondono qualcosa? Forse, era operativo un altro commando riservato? Dopo la strage arrivarono diverse segnalazioni di operai lungo quel tratto di autostrada: nel processo Capaci bis, la procura di Caltanissetta è tornata a sentire l’ex funzionario della squadra mobile Roberto Di Legami, che si era occupato di verificare le testimonianze, una in particolare, arrivata dal cognato del generale dalla Chiesa. L’ingegnere Francesco Naselli Flores aveva riferito di aver visto due persone sul ciglio della strada, dietro a un Ducato bianco, intorno a mezzogiorno del 22 maggio. I magistrati hanno detto che erano gli operai della “Iter Cooperativa Ravennate”, che stavano realizzando la nuova aerostazione: l’allora direttore tecnico della cooperativa ha detto in aula che gli operai facevano la spola con Palermo attraverso furgoni bianchi. Fra le 7,30 e le 17.

Il caso è stato chiuso. Ma, adesso, quella testimonianza ritrovata da Repubblica parla di una presenza in autostrada alle 19,30. E quegli operai segnalati dal camionista non vengono descritti come di passaggio, ma al lavoro. “Uno di loro aveva fra le mani un oggetto cilindrico grande una quarantina di centimetri – disse il testimone – l’ho visto che scendeva verso la scarpatina”. Chi erano quegli uomini? E perché non fu rintracciato il testimone? “Questa telefonata non ci fu mai passata – dice a Repubblica il dottor Di Legami – è la prima volta che ne sento parlare. Avremmo fatto tutte le verifiche, come negli altri casi segnalati”.

Eccolo, l’ultimo mistero di Capaci. Per trent’anni, una testimonianza così importante è rimasta dentro i faldoni che raccolgono la consulenza dell’esperto informatico Gioacchino Genchi, a lui i sostituti procuratori di Caltanissetta Carmelo Petralia e Pietro Vaccara diedero l’incarico di trascrivere la telefonata. “La mia attività riguardava i computer di Falcone – ricostruisce Genchi – ci vennero date anche alcune audiocassette da trascrivere”. Ma, poi, il racconto del testimone rimase chiuso in un cassetto di quella procura che da lì a qualche mese avrebbe finito per costruire un altro mostro, il falso pentito Scarantino.

L’auto su cui viaggiavano Giovanni Falcone e Francesca Morvillo 

La vittoria dello Stato sulle mafie è ancora lontana

di Carlo Bonini

Gli anniversari sono materia friabile e delicata. Essenziali nella costruzione e disciplina della memoria, eppure, e insieme, permeabili al rischio di trasformare la ritualità del ricordo in un simulacro. A maggior ragione nel giorno in cui, a distanza di trent’anni, e come accade ogni anno, torniamo a inchinarci sul ciglio del cratere di Capaci e sulla devastazione di via D’Amelio, acme della stagione stragista di Cosa nostra e punto di svolta della nostra storia repubblicana. Politica e civile. Per questo, nello speciale che Repubblica dedica oggi a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a Francesca Morvillo e agli agenti delle loro scorte, a quella spaventosa estate siciliana del 1992, lo sforzo è stato ed è quello di sottrarli alla fissità dell’istante in cui le loro vite vennero strappate.

Ha senso, infatti, chiedersi cosa ne sia oggi della loro eredità. Di un “metodo” che rivoluzionava le routine del contrasto a Cosa nostra, ne moltiplicava e integrava i fronti di aggressione e che costrinse un intero Paese – la sua classe politica, i suoi apparati di sicurezza, la magistratura, l’avvocatura, la cosiddetta “società civile” – a uscire dalla zona grigia dei silenzi complici, della paura, della rassegnazione, della convenienza e convivenza con Cosa nostra, per misurarsi con un interrogativo radicale. Quello declinato, il 25 maggio del 1992 a Palermo, nella chiesa di san Domenico, dalla semplicità delle parole, rotte dal pianto e dal dolore, di Rosaria Schifani, di fronte alle bare del marito e agente di scorta Vito, di Giovanni Falcone e di sua moglie Francesca Morvillo, degli altri poliziotti Rocco Dicillo e Antonio Montinaro: “Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro, ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio… di cambiare… loro non cambiano… Se avete il coraggio di cambiare, di cambiare… loro non vogliono cambiare…”. E riassunto, in tempi recenti, dalle parole del capo dello Stato, il palermitano Sergio Mattarella: “O si sta contro la mafia o si è complici, non ci sono alternative”.

Come oggi sappiamo, fu proprio l’animalesca percezione dei Corleonesi del pericolo “vitale” portato a Cosa nostra e al metodo mafioso dalla radicalità del metodo Falcone-Borsellino, il rischio rappresentato dalla sua forza di contagio politico e civile, ad armare la mano stragista. E furono, soprattutto, la celebrazione del maxiprocesso alla catena di omicidi e traffici della mafia degli anni Ottanta (giudizio cominciato a Palermo il 10 febbraio del 1986 e concluso il 30 gennaio del 1992) e i suoi esiti (474 gli imputati, tra capi mandamento e semplici uomini d’onore, 221 dei quali detenuti, per un totale di 19 ergastoli e 2.665 anni di reclusione) a segnalare a Cosa nostra il salto di qualità nella risposta che lo Stato sembrava improvvisamente e inopinatamente capace di offrire. Quella di rendere giustizia e di colpire a fondo la struttura gerarchica e il sistema di interessi mafiosi, svelandone la fragilità, sfidandone con successo l’impunità, senza tradire i principi dello stato di diritto. Dunque, senza snaturare il dna democratico e costituzionale della risposta repressiva e punitiva. Senza cadere nella tentazione di assumere le sembianze del nemico per poterlo sopraffare.

Naturalmente, faremmo oggi un torto a noi stessi e alla storia di questi trent’anni, se dicessimo che quel metodo (e con lui il punto di svolta e non ritorno che rappresentò nella lotta alla mafia) sia stato custodito e rispettato da tutti coloro che, da quell’estate del 1992 in avanti, raccolsero il testimone di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Perché così non è stato. Ma faremmo un torto persino peggiore alla loro memoria e sacrificio e alla nostra storia recente se concludessimo che lì dove l’antimafia (termine generalmente e spesso utilizzato per confondere i singoli con il tutto e dunque annullare singole responsabilità in uno stigma collettivo e liquidatorio) ha scritto pagine dimenticabili della sua parabola, o lì dove quella parola, “antimafia”, è stata utilizzata come un’impostura, questo abbia finito o debba finire per mettere in discussione la coerenza di un percorso che, da trent’anni, spesso in silenzio e lontano dalla luce della cronaca, dei talk-show e dei social, ha portato questo Paese a emanciparsi progressivamente dalla cultura della convivenza mafiosa.

Un giorno, forse, sarà possibile celebrare l’anniversario di Capaci e via D’Amelio come quello della sconfitta delle mafie e non solo del sacrificio degli uomini che ne hanno messo in crisi il modello di espansione. Forse. Diciamo che il cammino sarà ancora molto lungo, anche perché la geografia delle mafie e dei suoi rapporti di forza, come spieghiamo in queste pagine, è cambiata e continua a essere in continua evoluzione e sempre di più su un piano transnazionale. Dalla nostra, abbiamo un’arma formidabile a disposizione. Che è la capacità di costruire memoria, di guardare con coraggio agli errori e alle sconfitte, così come alle vittorie, e di assumere ciascuno per la parte che gli compete una porzione di responsabilità civile e civica lungo quel percorso che l’estate del 1992 non solo non riuscì a soffocare nel sangue, ma rese irreversibile. Ripetendo a noi stessi come un mantra la lezione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: le mafie non sono invincibili.
 

Trent’anni fa la rivolta delle coscienze nella Palermo ferita

di Massimo Norrito

Quelli furono i giorni in cui Palermo iniziò a cambiare. Le centinaia di chili di esplosivo che squassarono l’autostrada all’altezza di Capaci, e cinquantasette giorni dopo l’asfalto e i palazzi di via D’Amelio, scossero anche le coscienze della gente come mai era accaduto prima. Troppo dolore, troppa emozione, troppa paura per continuare a restare a guardare come se la cosa non riguardasse un’intera città, un’intera regione, un’intera nazione.

Fu così che, immediatamente e senza un iniziale coordinamento, sull’onda della rabbia e dello sgomento per le stragi, cominciò la rivolta delle coscienze. Una rivoluzione spontanea delle persone perbene che avevano deciso di diventare protagoniste e che, senza indugi, si schierarono dalla parte dei loro eroi morti negli attentati mafiosi. C’erano tantissimi giovani. Cinquantenni di oggi che trent’anni fa scesero in strada per dire no alla mafia. Con un passaparola che attraversò tutta la città iniziarono i raduni, le marce, i cortei, i girotondi. In diecimila parteciparono alla catena umana che, a un mese esatto dall’esplosione di Capaci, collegò il palazzo di giustizia al condominio di via Notarbartolo dove abitavano Giovanni Falcone e Francesca Morvillo e dove c’era un ficus che, in pochi giorni, divenne il totem della voglia di riscatto di Palermo. L’Albero Falcone, così venne chiamato da quel momento, iniziò a essere tappezzato di biglietti, messaggi, bandiere, magliette, pupazzi. Tutti simboli che ancora oggi accolgono chi arriva da ogni parte d’Italia e del mondo per toccare con mano quella che all’epoca fu la voglia di rinascita di Palermo.

Nacque il comitato dei lenzuoli. Un’idea di Marta Cimino divenne la migliore “campagna cartellonistica” di chi voleva combattere Cosa nostra. Messaggi appesi ai balconi nei quali si chiedeva verità e giustizia per le vittime delle stragi, accompagnati poi dai teli con l’effigie di Falcone e Borsellino, sorridenti uno accanto all’altro, nella celebre foto di Tony Gentile. Slogan che da lì a poco diventarono veri e propri comandamenti laici di chi aveva deciso di alzare la testa. Come le “Donne del digiuno”, con in testa Letizia Battaglia, Simona Mafai, Rosanna Pirajno, Marta Cimino e la madre Giuliana Saladino, che occuparono pacificamente piazza Politeama. Come i centomila che, nella giornata organizzata dai sindacati, invasero Palermo. Una Palermo nella quale le vetrine dei negozi erano addobbate con manifesti e adesivi che dicevano “No alla mafia”. Antenati degli adesivi di Addiopizzo. Idee semplici ma dal forte impatto sociale, come quella di offrire una pizza o un gelato a ognuno dei settemila soldati inviati dal governo a presidiare le strade della città in guerra.

Una guerra che dopo Capaci ebbe teatro di battaglia via D’Amelio. Ma anche lì la risposta fu simbolica e forte allo stesso tempo. In migliaia coprirono i 16 chilometri tra i due luoghi tragicamente entrati nella storia dell’Italia moderna.

Una reazione che non è rimasta episodio isolato, ma si è rinnovata anno dopo anno, sino ad arrivare a questo trentennale. Una rivoluzione culturale fatta di celebrazioni, di dibattiti, di navi delle legalità, di avvenimenti sportivi, di film, di documentari, di mostre. Tutto con lo stesso intento: dimostrare agli uomini della mafia che le vittime delle stragi non sono morte invano e che grazie al loro sacrificio anche la società è cambiata.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino 

Quei nostri eroi che hanno salvato l’onore del Sud

di Isaia Sales

Su 14 magistrati ammazzati dalle mafie, ben 13 sono meridionali (tra cui 11 siciliani). Su 171 rappresentanti delle forze dell’ordine vittime di attentati o morti in scontri frontali con le organizzazioni mafiose, più dell’80 per cento sono meridionali. In nessun altro frangente storico o nella lotta ad altri “nemici” dello Stato il peso degli uomini del Sud è stato così determinante come nella lotta alle mafie. Non lo fu nella lotta al brigantaggio che vide un ruolo centrale dell’esercito che all’epoca era composto in gran parte da centro-settentrionali e guidato principalmente da piemontesi; non lo fu nella guerra di resistenza al nazi-fascismo per ragioni geo-militari (il Sud fu liberato prima dagli Alleati e lo scontro con l’esercito tedesco in ritirata e con gli uomini della repubblica di Salò si concentrò nel territorio del Centro-Nord); mentre durante la lotta al terrorismo subirono attentati e persero la vita 11 magistrati, di cui 5 meridionali.

Quindi, se il Sud ha prodotto le mafie, ha prodotto anche gli uomini che le hanno combattute; se la Sicilia è stata la regione protagonista della nascita e dello sviluppo della mafia più invasiva, è stata anche la regione che ha schierato alcuni dei suoi uomini migliori a contrastarla e a combatterla. Questa idea che i siciliani e i meridionali hanno solo subito le mafie e che anzi in massa le hanno sostenute attivamente non regge sul piano storico. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono solo la più clamorosa e dolorosa smentita di questo assurdo teorema.

Tra febbraio e luglio di quell’indimenticabile 1992 l’Italia intera si accorse drammaticamente che non erano garantiti né “il monopolio legittimo della forza” da parte dello Stato né quello della tassazione. Il duopolio della violenza in alcuni territori era evidente se si potevano, nel giro di pochi mesi, compiere attentati di quelle dimensioni ai due magistrati più impegnati nella lotta a Cosa nostra senza che ciò potesse essere impedito da parte delle forze di sicurezza preposte. Mentre a Milano l’inchiesta denominata Mani pulite dimostrava l’esistenza nei fatti di una tassazione alternativa pagata ad esponenti del mondo politico locale e nazionale in cambio di appalti di opere pubbliche e servizi.

Altre nazioni erano corrotte, altre nazioni vedevano spietate bande criminali in azione, ma in nessuna di esse esisteva la contemporanea presenza di due forme permanenti di esercizio della violenza (una legittima e l’altra mafiosa) e di tre forme di tassazione (cioè imposte, estorsioni e tangenti). Si era formato e consolidato nel tempo un governo extralegale della violenza e della tassazione.

Sia le mafie sia la corruzione chiamavano in causa le qualità morali delle classi dirigenti italiane, due patologie delle élite politiche, burocratiche e imprenditoriali del nostro Paese. Per questi motivi, la lotta alle mafie è diventata nel tempo sinonimo di lotta alle degenerazioni del sistema politico, in particolare al Sud.

La reazione emotiva all’uccisione di Falcone e Borsellino ebbe effetti politici immediati, sia nel determinare la non elezione di Giulio Andreotti a presidente della Repubblica sia nel portare alla guida di tanti Comuni meridionali personalità politiche che avevano legato la loro vita all’intransigente opposizione a quel sistema in cui erano coinvolti corrotti e mafiosi. Nel Sud, a partire dalla Sicilia, la breve stagione di rinnovamento politico (1993-2001) partì dai valori antimafia piuttosto che da un generico bisogno di ricambio politico come avvenne nel Nord.

Fu la questione morale e il bisogno di una politica autonoma dalle mafie ad orientare il voto, una cosa inimmaginabile fino a qualche tempo prima. In quel periodo il giudizio morale sui candidati valeva più di ogni altra considerazione, ad essi si rivolgeva una pretesa di “correttezza sovversiva”. Dunque, il movimento d’opinione antimafia è stato il più vasto e significativo “scuotimento” civile di pezzi importanti della società meridionale, consolidando un’autonoma opinione pubblica caratterizzata dalla preoccupazione civica per la propria collettività.

La Sicilia nei momenti più delicati della sua vicenda storica ha prodotto uomini e donne che sembrano tutto il contrario dello stereotipo diffuso, come appunto Falcone e Borsellino e tanti altri prima e dopo di loro. Sobri e schivi non perché diffidenti; dai ritmi e dalle capacità di lavoro sorprendenti; legati allo Stato e non a chi rappresenta il potere; con il senso del dovere superiore agli interessi della propria famiglia: insomma “uomini d’onore” se con questa parola si vuole segnalare chi è coerente con i propri valori e non li cambia anche di fronte al pericolo della vita. Fedeli a uno Stato di cui potevano a ragione diffidare, perché la loro fedeltà allo Stato coincideva semplicemente con la fedeltà a sé stessi.
 

Messina Denaro, il capo della nuova mafia ricca e invisibile

di Lirio Abbate

Oggi la nuova mafia ha il volto di Matteo Messina Denaro, l’ultimo grande boss corleonese libero, ricercato da quasi trent’anni, uno stragista legato a Salvatore Riina, che dal 1994 ha però cambiato linea criminale, inabissandosi e rendendosi invisibile a tutti. Infiltrato nell’economia legale, inquina l’imprenditoria nazionale, gestisce la politica locale e regionale dove si assegnano gli appalti milionari. Se vogliamo capire cosa è oggi la mafia, dobbiamo guardare a questo “picciotto” trapanese che è diventato miliardario, e potente. Tutti lo temono. Sappiamo che c’è, ne sentiamo la puzza, ne seguiamo le tracce, vediamo le conseguenze della sua azione nefasta sul territorio, ma non si riesce ad afferrare, a toccare, a descriverlo, a fotografarlo. Ha la stessa dimensione di come è adesso la mafia in Italia.

“U Siccu”, come lo chiamano, era uomo di fiducia di Riina, e alleato al clan palermitano di Brancaccio di Giuseppe Graviano. Sono i gemelli diversi, protagonisti della stagione di sangue durata 22 mesi a partire dal 23 maggio 1992 fino al gennaio 1994, quando Graviano è stato arrestato a Milano e Messina Denaro da quel momento è scomparso nell’ombra, custodendo i segreti del capo dei capi, dell’archivio che aveva nel suo covo, e dell’eredità di legami con la zona grigia che ha dialogato e fatto affari con Riina. Legami e contatti ancora preziosi per Cosa nostra.

Dunque, chi è oggi “‘u Siccu”? E cosa è oggi la mafia? Lui è uno che ha accumulato tanto denaro da non doverlo più contare. È diverso dagli altri padrini corleonesi. Ha creato un welfare mafioso che gli consente di amministrare potere sulla società. Anche se i tempi sono cambiati in Cosa nostra: ci sono le critiche per una gestione personalistica e si registrano le lamentele di affiliati, o dei detenuti, che non vengono ricompensati economicamente.

Sono stati buoni e zitti dopo le bombe del 1993. Anni di tregua e di “invisibilità”. La linea di “‘u Siccu”, che formalmente non è il capo di Cosa nostra ma del mandamento di Castelvetrano e della mafia trapanese, punta a fare meno rumore possibile per tutelare gli interessi economici dell’organizzazione. E soprattutto i suoi. La mafia è un sistema di vasi comunicanti. È necessario mettere insieme il patrimonio di conoscenze e analisi se si vuole osservare il vero volto della mafia di oggi. Il primo passo è studiare come i boss “dentro” tentano di comunicare con quelli che stanno “fuori” e con tutto l’ambiente da cui provengono.

I collegamenti con la politica e con l’impresa fanno parte di quello che possiamo definire il capitale sociale della mafia. Per Cosa nostra, come lo è per la ‘ndrangheta, è una caratteristica propria. Nel 1900 Luigi Sturzo scriveva: “La mafia stringe nei suoi tentacoli giustizia, polizia, amministrazione, politica; la mafia oggi serve per domani essere servita, protegge per essere protetta, ha i piedi in Sicilia ma afferra anche a Roma, penetra nei gabinetti ministeriali, nei corridoi di Montecitorio, viola segreti, sottrae documenti, costringe uomini creduti fior d’onestà ad atti disonoranti e violenti”.

Lo stesso concetto, lo stesso meccanismo di potere, viene spiegato più di un secolo dopo dal mafioso Nino Giuffè, che ha collaborato con la giustizia, e ha detto ai pm che “nel mondo ci sono vari poteri: imprenditoriale, economico, politico. Per funzionare devono essere tutti collegati tra loro. Perché altrimenti il marchingegno non funziona. È l’unione che fa la pericolosità”. Sturzo e poi Giuffrè, distanti per formazione e coscienze, danno lo stesso senso di quanto i meccanismi di potere delle mafie siano immutati da secoli.

Oggi ci sono vasti territori del Paese permeato dai clan che mettono in pratica il metodo mafioso, cioè la capacità di ricorrere alla violenza per creare assoggettamento, intimidazione, omertà, per il raggiungimento di fini sia leciti sia illeciti, e la consapevolezza in un certo ambiente circostante, che non deve necessariamente essere geografico, cioè il territorio, ma può essere sociale, come quello riscontrato in diverse regioni del Centro e del Nord, per creare omertà e soggezione nell’interlocutore e nell’ambiente circostante. Puntano al potere economico. Ai soldi pubblici. All’arricchimento illecito. I grandi flussi finanziari dei mafiosi vanno spesso pure all’estero.

C’è un’intercettazione, che risale alla caduta del Muro di Berlino, in cui un mafioso dice a un altro di investire nella Germania dell’Est e non solo, in qualsiasi settore. Ecco, quell’intercettazione vale come esempio della capacità di Cosa nostra di cogliere i mutamenti. Lo stesso avviene con le attività dei Paesi off shore. I boss puntano dove ci sono soldi: un tempo nei terreni, nell’edilizia, oggi nell’energia e nei rifiuti. Negli ultimi anni anche in piccole cose: magari non si tratta di grandi affari ma permettono di incassare cifre utili per i bisogni delle varie famiglie.

La mafia, pur continuando a perseguire lo sfruttamento parassitario della ricchezza sociale a mezzo della violenza, è ormai pienamente integrata nell’economia ufficiale, rendendosi meno individuabile e contrastabile. È la linea che Messina Denaro ha tracciato e le mafie stanno seguendo.
 

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social experiment di Livio Acerbo #greengroundit #repubblicait – fonte originale qui

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