Con il Covid scomparsi a Milano 900 negozi: il commercio salvato dal cibo, soffre l’abbigliamento

Più di 900 attività in meno in tutta la città. Con le chiusure che hanno impoverito soprattutto le periferie. E’ questo il conto che il commercio – tra negozi al dettaglio, alberghi e bar – sta pagando a causa della pandemia.

I dati del Registro Imprese che confrontano il primo trimestre di quest’anno con lo stesso periodo del 2019 scattano la fotografia di una diminuzione generale degli esercizi, ma con un gap notevole tra un settore e l’altro. Molti negozi chiusi, infatti, sono stati rimpiazzati da tipologie diverse. Ecco il quadro complessivo: a fine marzo di quest’anno, il Registro conta 29.879 attività di commercio al dettaglio, compresi bar, ristoranti e strutture ricettive. Alla chiusura del primo trimestre del 2019 erano 30.792: un calo del tre% in tre anni. Ma l’andamento non è per niente omogeneo perché ci sono settori come l’e-commerce che sono cresciuti a dismisura, mentre altri, come le cartolerie o le piccole vetrine di abbigliamento, che hanno abbassato la serranda.

Ecco chi ci ha rimesso di più: gli ambulanti che vendono vestiti e accessori (meno 22,4%), cartolai ed edicole (con un calo del 17,2%), i negozi di abbigliamento (meno 13,3%), i calzaturifici (meno 13,1%), gli ambulanti alimentari (meno 10,7%), i bar senza cucina (meno 9,5%).

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20 Novembre 2021

“Ci stiamo riprendendo anche se molto lentamente”, spiega Giacomo Errico, presidente dell’Apeca, l’associazione degli ambulanti che fa capo a Confcommercio: “Soprattutto chi vende cibo si sta rialzando più velocemente rispetto agli altri”. I mercati, durante la pandemia, hanno subito una serie di restrizioni (il contingentamento degli ingressi nonché la chiusura dei banchi non alimentari) che hanno dato il colpo di grazia a chi già arrancava. Anche se, precisa Errico, “tra coloro che non hanno rinnovato l’iscrizione ci sono soprattutto gli itineranti”. I commercianti, cioè, che girano con i piccoli banchetti con le ruote, che non pagano il suolo pubblico e che – esclusi dal centro storico – si spostano di ora in ora.

La moria di negozi di abbigliamento, invece, è molto legata alla geografia della città. Perché in centro e nelle vie dello shopping le serrande rimaste ancora abbassate sono poche: sono per fortuna lontane, insomma, le immagini che abbiamo visto un paio d’anni fa con un terzo delle vetrine di corso Buenos Aires vuote. “Il centro ha recuperato, il problema sono le vie più nascoste e le zone semi-periferiche e periferiche”, racconta Gabriel Meghnagi, presidente della rete associativa delle vie milanesi. Ad arrendersi, precisa, “sono stati soprattutto i piccoli negozi di quartiere a conduzione familiare”. Soppiantati da altri generi: “Al posto della vetrina di borse artigianali, per fare un esempio, ha aperto il fruttivendolo straniero o l’attività che aggiusta i cellulari”. Oppure chi vende stuzzichini: “Le catene di cibo da asporto spuntano ovunque come funghi”.

Ed eccoli qui, infatti, i settori che sono cresciuti: il commercio online batte tutti con un più 71,6% in tre anni. Poi: i negozi di alimentari, che durante l’emergenza sanitaria – va ricordato – non hanno mai chiuso, hanno guadagnato quasi il 13%, i negozi di telefonia il 9,5%, i ristoranti il 7,5%, farmacie e simili quasi il 4%. “Basta guardare le code per pranzare fuori per capire dove stanno andando i consumi”, osserva Meghnagi. Che però è ottimista anche sull’abbigliamento: “Il fatturato sta tornando ai livelli pre-Covid e questo ci fa ben sperare”.

di Livio Andrea Acerbo #greengroundit #coronavirus #covid19 – fonte originale qui

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