Sala: «Dopo la pandemia sono arrivate le dimissioni di massa, è cambiato tutto. No allo sfruttamento, i salari vanno aumentati»

Il sindaco di Milano: i diritti dei lavoratori e delle aziende non sono antagonisti. E chiede di alleggerire la burocrazia: «Pesa sulle imprese 60 miliardi l’anno»

Sindaco Beppe Sala, dopo il Patto per il lavoro elaborato da Marco Biagi negli anni 90, Milano, alla vigilia del primo maggio, sigla un nuovo Patto tra Comune, sindacati e imprese. Perché?

«Perché è cambiato tutto. In Italia e nel mondo. Da una recente indagine di Swg risulta che meno di un terzo degli italiani desidera il posto fisso. Il 62% pensa che in futuro si cambierà spesso azienda. Non parliamo di un’élite: stiamo parlando della totalità della popolazione italiana. È una rivoluzione epocale, a cui il mercato del lavoro deve venire incontro, non solo con la domanda, ma con l’offerta. Gli stessi segnali arrivano dalle regioni del mondo più progredite economicamente».

Quali segnali?

«Dopo la pandemia sono arrivate le dimissioni di massa. Il fenomeno della Great Resignation, ci dice che il 40% dei lavoratori mondiali è pronto a cambiare lavoro, mentre tra aprile e giugno dell’anno scorso mezzo milione di italiani hanno dato le dimissioni. In tutto il mondo cresce la filosofia “yolo”, un acronimo per dire “si vive solo una volta sola”, contribuendo a un cambiamento di scelta del lavoro in funzione della vita. È una trasformazione antropologica. Dibattere solo di smart working è veramente riduttivo».

Il ministro Orlando ha lodato il Patto e si è augurato che venga replicato perché solo con il dialogo sociale si può uscire dalla crisi. Ha anche ha proposto di dare sostegno alle imprese a fronte di un aumento dei salari. È d’accordo?

«Orlando si sta impegnando in politiche coraggiose e avvedute. La proposta di accordo tra parti sociali a difesa dei salari credo che sia giusta, tanto più che non esclude il taglio del cuneo fiscale. Il vero problema è il rialzo del salario,l’adeguamento degli introiti al grado di ricchezza prodotta dall’attività: se ti pagano 600 euro al mese in un call center, per 32 ore settimanali, chiamiamo lavoro questo sfruttamento?».

Un accordo che non piace a Confindustria.

«Faccio solo notare che oggi c’è una forte inflazione che penalizza le famiglie e ci sono grandi gruppi industriali o finanziari che continuano ad aumentare i profitti…».

Dove sta l’errore?

«Se guardiamo con le lenti del passato solo agli indici di produttività, avremo risultati distorti. Va compreso che diritti dei lavoratori e diritti delle imprese non sono antagonisti. Lo dico in prima persona, perché ho fatto esperienze significative sia nel privato sia nel pubblico. In quarant’anni di lavoro ho visto il meglio e il peggio del pubblico e del privato e penso che sia ora di passare all’idea di collaborazione, piuttosto che competizione».

Come si fa?

«È proprio la prospettiva che va ribaltata: la qualità della produttività vince il confronto con la quantità. Non parlo di cose irrealizzabili. Il premier spagnolo Pedro Sanchez ha varato una riforma del lavoro sottoscritta da tutte le parti sociali con cui si limita radicalmente il ricorso ai contratti a tempo determinato e si reinstalla la contrattazione collettiva, senza tuttavia impedire alle imprese la flessibilità. Si può e si deve fare, ma è necessario guardare il lavoro in modo oggettivo e non ideologico».

Ossia?
«Abbiamo letto tutti di chef che lamentano la difficoltà di trovare lavoranti. Da un lato bisogna evitare la semplificazione e pensare che i giovani siano abituati a troppa comodità e non abbiano voglia di cercare e trovare lavoro, perché non è così. D’altro canto bisogna essere realisti rendendosi conto che ci sono mestieri che impongono di lavorare durante il week end. Che la realtà non sia una carezza, tanto più mentre è in corso una pandemia, è un dato certo che non deve fare perdere di vista la necessità di un riequilibrio di storture che vanno corrette».

Qual è la prima cosa da fare?

«Di fronte a uno scenario drammaticamente dinamico, direi a una rivoluzione di tutti gli standard lavorativi, la prima risposta dello Stato ai cittadini e alle imprese deve essere: deburocratizzare. Dico solo che è di quasi 60 miliardi di euro il costo che ogni anno pesa sulle imprese italiane per via del malfunzionamento della burocrazia. Un quarto del Pnrr».

Anche nella efficientissima Milano?

«La provincia italiana col maggior costo annuo patito dalle imprese per i rapporti con la pubblica amministrazione è Milano, con quasi 6 miliardi di euro. Una simile abnormità burocratica tocca tutte le persone e distrugge ogni intento creativo professionale. In Italia si stimano in vigore 160mila norme, contro le 7mila in Francia e le 5mila in Germania. Come è possibile che si debba lavorare da burocrati per poter fare il proprio lavoro? Quanti posti e progetti abortisce una realtà statale di questo genere? Non facciamo finta che una risposta non ci sia, c’è eccome: sfoltire, partendo dalle normative più antiche».

Venerdì la firma del Patto. Venerdì l’ennesima morte sul lavoro.

«Soltanto nel 2022 contiamo 190 morti sul lavoro. È inaccettabile. Questa non è più un’emergenza che riguarda il lavoro, è piuttosto un problema di sicurezza nazionale. A Milano abbiamo approntato protocolli innovativi sulla questione della sicurezza, lo stesso abbiamo fatto per Expo. Ma la questione non riguarda tutta Italia. Intendo, per quanto possibile, farmi promotore di queste istanze sul piano nazionale».

A proposito di lavoro lei ha un posto assicurato per altri quattro anni e mezzo ma c’è chi come il Pd continua a pressarla perché si candidi alle prossime regionali nonostante il suo no. Non è che ci ripensa?

«Il candidato o la candidata deve scendere in campo intorno alle vacanze estive, non più tardi. Per me vorrebbe dire meno di un anno dalla rielezione. Non me la sento di rischiare di rimandare Milano a elezioni così presto».

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1 maggio 2022 (modifica il 1 maggio 2022 | 09:04)

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