Radovan Karadzic: la latitanza del «boia» serbo, l’amante a Milano e la giudice che quasi riuscì ad arrestarlo

di Francesco Battistini e Marzio G. Mian

«Era una ragazza serba, andava in palestra ed era anche l’amante di un industriale italiano che non sapeva nulla»: nel libro-inchiesta «Maledetta Sarajevo» l’intervista alla procuratrice dell’Aia Carla Del Ponte e al criminale di guerra che fu tra i più ricercati al mondo, oggi all’ergastolo sull’isola di Wight. Per 12 anni sfuggì all’arresto travestendosi da santone

«C’era questa serba che viveva dalle parti dello stadio di San Siro…». Vi ricordate di Radovan Karadzic? Uno dei pochi criminali di guerra mai condannati dai giudici dell’Aia per genocidio: lo stesso reato che, oggi, si vorrebbe accollare a Vladimir Putin per i fatti d’Ucraina. C’è stato un periodo in cui Karadzic fu l’uomo più ricercato del mondo, assieme a Bin Laden. Latitante dodici anni. Introvabile, imprendibile. Su di lui pendeva una taglia di cinque milioni di dollari. Per stanarlo, il Pentagono mise in campo i Navy Seals e la Delta Force, guidata dal generale David Petraeus, il futuro direttore della Cia.

Eppure Karadzic si faceva beffe di tutti. E nella sua interminabile fuga, s’è scoperto, usava anche Milano. I fatti: siamo nel 2007, Karadzic è latitante dal 1996 e sarà catturato un anno dopo, il 18 luglio del 2008, sull’autobus 73 alla periferia di Belgrado. In quel momento l’ex capo dei serbi di Bosnia è braccato assieme al suo generale Ratko Mladic, il macellaio di Srebrenica. E sulle sue tracce è Carla Del Ponte, la procuratrice del Tribunale penale internazionale dell’Aia. Il magistrato fiuta da tempo la preda, sa che si nasconde a Belgrado, protetta dai servizi serbi; è sicura d’essere sulla pista giusta. E stavolta, scoperta la connection milanese, per il principale responsabile della guerra di Bosnia e dell’assedio di Sarajevo pare non esserci più scampo.

Cherchez la femme, dunque: la caccia porta a «questa serba» che abita a Milano, non lontano dallo stadio. Oggi, con la sua cadenza ticinese, l’ex magistrato è una tranquilla signora che vive ad Ascona e fa però trasparire una familiarità con fatti antichi e con un criminale che è per lei il criminale: «La donna faceva la spola con Belgrado per incontrare il Karadzic, ne eravamo certissimi. Era la sua partner sessuale. Partiva da Milano apposta», ci ha rivelato una mattina di primavera, quando l’abbiamo incontrata al circolo del golf, la sua nuova passione dopo una vita trascorsa a disturbare il sonno di presidenti balcanici, oligarchi, mafiosi e piduisti.

«Per fare l’operazione, io avevo bisogno d’un magistrato d’appoggio, e siccome conoscevo bene Ilda Boccassini, decisi di chiamarla: “Ilda, dai che stavolta lo prendiamo, il Karadzic!”. Tenevamo d’occhio la ragazza quando andava in palestra, c’era un agente infiltrato che ci andava pure lui. Tra l’altro, seguendola, scoprimmo che era anche l’amante d’un famoso industriale italiano, uno che non sapeva un tubo dell’affaire, lo verificammo. Quando la tipa parte da Milano per Belgrado, veniamo informati. Due agenti italiani s’imbarcano in aereo anche loro. Una volta atterrata, per il pedinamento la donna viene presa in consegna da un servizio segreto straniero. Questa va dal parrucchiere, poi in albergo. Siamo tutti collegati. Io ero piuttosto ottimista: ci siamo, penso… “Tenetevi pronti”, dico agli agenti. Invece, macché. Si vede che il Karadzic aveva ricevuto lo spiffero, perché la storia era vera. E abbiamo anche dovuto pagare l’informatore».

«Questa serba» di San Siro era proprio la sua amante, come dice la Del Ponte? Sui trascorsi milanesi di Karadzic non si sa molto. L’ex leader serbo bosniaco non ha mai confermato né smentito, nella lunga ed esclusiva intervista che gli abbiamo chiesto per il libro-inchiesta «Maledetta Sarajevo» e che lui ci ha rilasciato dal carcere britannico di massima sicurezza dell’Isola di Wight, dove sconta l’ergastolo. «Non dirò mai nulla che possa danneggiare chi mi ha aiutato, anche se nessuno di loro sapeva chi fossi».

L’ex psichiatra che 30 anni fa diede fuoco alle polveri della prima guerra in Europa dal 1945, oggi rivela invece molto di come decise a un certo punto di darsi alla macchia e di cambiare identità, diventando un guru tutto peace&love, il mite dottor Dragan Dabi, santone new age, chiaroveggente e guaritore. «Nel 1996 giravo ancora liberamente nella Bosnia serba. I nostri servizi mi convinsero che c’era un piano della Nato per liquidarmi fisicamente, non volevano che arrivassi vivo all’Aia, e questo è stato confermato da Carla Del Ponte. Così per evitare che i cosiddetti garanti degli accordi di pace di Dayton mi facessero fuori, ho tolto il disturbo. Ho cambiato radicalmente aspetto, perso trentun chili in tre mesi. Ero pronto per sparire. È stato tremendo incontrare amici e non poterli abbracciare. Nessuno della mia famiglia mi ha mai visto nella mia nuova identità. Se mi ha protetto la Chiesa? Andavo ovviamente a messa. Posso solo dire che chi mi conosceva non sapeva dov’ero; chi sapeva dov’ero, non sapeva chi ero».

Barbona candida, grossi occhiali da vista fuori moda, bianchi capelli lunghi e raccolti sulla nuca in un piccolo chignon, Karadzic-Dabi visse per anni al civico 267 in via Yuri Gagarin, blocco 70 di Nuova Belgrado. «Fino al maggio 2008 ero certo che nessuno sapesse chi fosse davvero Dabi», rivela l’ergastolano: «Poi ho capito, vedevo agenti per strada, sulle scale del palazzo, anche finti clienti al Luda Kuca… Mi muovevo in bicicletta, così svoltavo di colpo in una stradina, facevo un rapido giro dell’isolato per osservare come rimanevano spiazzati, vedevo le stesse persone che prima erano a passeggio col cane prenderlo in braccio e iniziare a camminare in fretta tutti allarmati».

Ma è vero, come s’è sempre detto, che anche Karadzic veniva a Milano per assistere, assieme all’amante, alle partite dell’Inter dove giocava l’idolo Siniša Mihajlovic? Il genocida non nega né conferma: «Per me, era un onore sapere d’essere sostenuti da una persona straordinaria come Siniša. Ci conosciamo sin da quando stava alla Stella Rossa. Ha sempre appoggiato la nostra battaglia e non ha mai taciuto sulle ingiustizie patite dai serbi».

La presentazione del libro «Maledetta Sarajevo»

Mercoledì 27 aprile, alle 18.30, alla Fondazione Riccardo Catella di via de Castillia 28, Francesco Battistini e Marzio G.Mian presentano il loro libro-inchiesta «Maledetta Sarajevo. Viaggio nella guerra dei trent’anni, il Vietnam d’Europa» (edito da Neri Pozza). In un capitolo, i due giornalisti ricostruiscono anche gli «anni milanesi» della latitanza di Radovan Karadzic, rivelati dall’ex procuratrice internazionale Carla Del Ponte.

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26 aprile 2022 (modifica il 26 aprile 2022 | 09:46)

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