La Russia ha annunciato una “nuova fase” nell’invasione dell’Ucraina, sostenendo che il suo vero obiettivo è “liberare il Donbass” e che gli attacchi contro le altre città condotti finora avevano solo il compito di distrarre le forze di Kiev. Per quanto preso con cautela dal governo ucraino e dall’Occidente, l’apparente cambio di strategia potrebbe essere una svolta nel conflitto, con potenziali conseguenze anche nella piramide del potere a Mosca: forse il segnale che la guerra non durerà a lungo e che Mosca riduce le sue ambizioni. Ecco le ragioni per cui, secondo esperti, commentatori e indiscrezioni, Putin avrebbe cambiato i suoi piani di guerra.
Che cosa ha detto esattamente il Cremlino?
A una conferenza stampa del ministero della Difesa russo, il generale Sergej Rudskoj, un alto ufficiale delle forze armate, ha dichiarato: “Gli scopi principali della prima fase dell’operazione sono stati realizzati. La capacità militare dell’Ucraina è stata significativamente ridotta, il che ci permette di concentrarci sul nostro principale obiettivo: liberare il Donbass”, ovvero le due regioni separatiste di Donetsk e Lughansk lungo il confine orientale dell’Ucraina con la Russia, autoproclamatesi repubbliche indipendenti nel 2014 e riconosciute come tali da Mosca in febbraio alla vigilia della guerra, dove la maggioranza della popolazione è di origine russa. L’ufficiale ha aggiunto che l’obiettivo del Cremlino è sempre stato di “liberare” il Donbass e che non ha mai “avuto intenzione di conquistare” Kiev, Kharkiv e altre città pesantemente bombardate fino ad ora: tale offensiva avrebbe avuto il compito di ridurre la capacità militare ucraina. Pur “non escludendo” che tali città possano ancora venire attaccate, Rudskoj ha concluso il su briefing dicendo che nella nuova fase “le nostre forze e risorse saranno impegnate nell’obiettivo principale: la completa liberazione del Donbass”.
È vero che l’obiettivo russo è sempre stato solo quello di liberare il Donbass?
No. Il 24 febbraio, giorno in cui è cominciata l’invasione, Putin parlava di “rovesciare il regime che controlla il territorio ucraino” e incoraggiava i simpatizzanti della Russia in Ucraina a destituire il presidente ucraino Zelensky con un colpo di stato. L’impressione è che il presidente russo volesse conquistare l’intera Ucraina o almeno mettere a Kiev un governo fantoccio fedele a Mosca: “L’Ucraina non esiste, ha sempre fatto parte della Russia“, questa era la sua posizione fino a un mese fa.
Quali ragioni possono avere spinto Putin a cambiare strategia?
La prima e principale ragione, commentano fonti di intelligence americana ed europea, è che la rapida vittoria prevista dal Cremlino è fallita per errori tattici, difficoltà logistiche e l’inattesa forte resistenza ucraina. Mosca non è riuscita a conquistare del tutto nemmeno Mariupol, la città di 400 mila abitanti sul mare di Azov assediata da tre settimane e distrutta al 90 per cento dai bombardamenti russi, e le forze ucraine hanno cominciato addirittura a recuperare terreno nei dintorni di Kiev e di Odessa. Una fonte del Pentagono afferma che le forze russe hanno assunto una “posizione difensiva” in prossimità della capitale. Sette generali russi sono stati uccisi, un comandante di brigata russo è stato schiacciato e ucciso da uno dei suoi carri armati, ci sono segnali di diserzioni e morale basso fra le truppe di Mosca, le cui perdite vengono stimate dalla Nato in più di 10 mila morti in un mese (in dieci anni di invasione dell’Afghanistan, l’Armata Rossa sovietica ebbe 15 mila morti) e altri 30 mila soldati feriti o catturati.
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Al di là del fallimento militare, quali altri fattori spingerebbero Putin a rivedere i suoi piani?
Una seconda ragione, o come minimo una coincidenza, sono le parole di Joe Biden 24 ore prima al summit della Nato: “Risponderemo all’uso di armi chimiche in Ucraina da parte russa”. Il presidente americano non ha specificato “come” l’Alleanza atlantica risponderebbe, se con più sanzioni, più aiuti militari o con un diretto intervento militare, ma il monito può avere convinto Putin, o altri alti responsabili russi, che una escalation sarebbe troppo rischiosa per Mosca. Se l’offensiva con armi convenzionali è finora fallita, Putin sembrava in procinto, secondo indiscrezioni occidentali, di ricorrere alle armi non convenzionali: un attacco bio-chimico appunto, se non in futuro addirittura il ricorso alle armi nucleari, non escluso dal suo portavoce nel caso in cui la Russia “sentisse minacciata la propria sicurezza”.
Sentire che la Nato sarebbe pronta a fare qualcosa anche per aiutare un paese che non fa parte della Nato, come del resto è già avvenuto in passato nella guerra nella ex-Jugoslavia e in Afghanistan, può avere indotto il presidente russo o i suoi più stretti consiglieri a capire che la guerra non si può vincere e che occorre puntare su un obiettivo assai più limitato: tenersi il Donbass, appunto. Morale, come hanno sempre affermato vari esperti come Gustav Gressel dello European Council on Foreign Relations: Putin comprende un solo linguaggio, “quello della forza”. Non appena la Nato minaccia di rispondere, Mosca apparentemente fa marcia indietro.
Ma la Nato non stava già facendo qualcosa per l’Ucraina?
Sì, e questa è una terza possibile ragione del cambio di piani di Putin. Gli aiuti militari occidentali all’Ucraina crescono di settimana in settimana, diventando sempre più potenti ed efficaci. Nonostante varie minacce in proposito, fino a questo momento la Russia non sembra avere provato ad attaccare direttamente i convogli che trasportano queste armi in Ucraina, forse nel timore che questo avrebbe scatenato un maggiore coinvolgimento della Nato. L’assistenza militare ha avuto un ruolo chiave nel permettere alle forze ucraine di resistere e, ora, di passare perfino al contro attacco in certe zone. E l’unità della Nato di fronte all’aggressione russa è un altro sviluppo che il Cremlino non si aspettava: perfino leader che avevano ottimi rapporti con Putin hanno preso una netta posizione contro la guerra, come il premier ungherese Orban, forse memore dell’invasione sovietica a Budapest nel 1956 e del rischio di non venire rieletto se avesse appoggiato Putin.
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L’annuncio del cambio di strategia è venuto dal ministero della Difesa russo, non dal Cremlino: questo può significare qualcosa?
Sì e no. No, perché è normale che sia il ministero della Difesa a fare dichiarazioni di natura militare. Ma forse anche sì, perché a Mosca circolano voci di crescente dissenso nei confronti della guerra. Una gola profonda dell’Fsb, il servizio segreto russo erede del Kgb sovietico, ha affermato nei giorni scorsi che le forze di sicurezza sono deluse, non vogliono tornare a vivere “come ai tempi dell’Urss” non potendo più viaggiare liberamente in Occidente e sarebbero perfino pronte a organizzare un golpe contro Putin.
Il ministro della Difesa Shoigu non si vede in pubblico da due settimane e avrebbe avuto un infarto. Non si vede più nemmeno il capo di stato maggiore Gerasimov. Ci sono state manifestazioni di protesta in tutta la Russia con 15 mila dimostranti arrestati, decine di migliaia di russi sono fuggiti in Occidente, incluso Anatolj Chubais, un alto funzionario del Cremlino dai tempi di Boris Eltsin, che ha preso apertamente le distanze dalla guerra.
Proprio oggi, a Londra dove si è rifugiato dopo dieci anni di carcere in Russia, l’oligarca ribelle Mikhail Khodorkovskij ha creato il Comitato Anti-Guerra fra gli esuli russi e in un articolo sul Financial Times esorta la popolazione russa a “sconfiggere Putin e il putinismo”, affermando che quella in corso in Ucraina è “la prima tappa di una guerra tra la democrazia e il fascismo dittatoriale”. Tutto ciò non vuol dire che sia in corso un putsch contro Putin, ma non si può escludere che il presidente abbia sentito su di sé forti pressioni per cambiare i suoi piani riguardo all’Ucraina, comprendendo che se insiste rischia di perdere non solo la guerra, ma pure il potere.
Altre ragioni che possono avere contribuito a questa decisione?
Un’altra ragione, la quarta, sono sicuramente le sanzioni economiche, che stanno avendo un impatto in Russia, provocando code per i generi di prima necessità nei negozi come non si vedevano dai tempi dell’Urss, oltre a disagi, preoccupazione e scontento nella classe media abituata ai viaggi in Europa e ai prodotti occidentali. La prospettiva di un indurimento delle sanzioni se la guerra va avanti, incluso un possibile embargo totale del gas e del petrolio russo in Europa nel giro di due-tre anni, togliendo al Cremlino un introito vitale che fina a prima della guerra era di circa 700 milioni di euro al giorno, potrebbe avere ulteriormente pesato sulla svolta. E una quinta ragione, non detta ma teoricamente possibile, potrebbe venire dalla Cina: al di là delle dichiarazioni ufficiali di solidarietà a Mosca, non è chiaro se Pechino è veramente pronta a mettere in pericolo i suoi rapporti commerciali con l’Occidente per fare un piacere a Putin. Senza il pieno appoggio della Cina, l’isolamento internazionale della Russia sarebbe completo.
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Ma l’annuncio di Mosca potrebbe anche essere solo una trappola per guadagnare tempo?
Sia l’Occidente che il governo ucraino lo prendono infatti con cautela. “È rischioso fare prognosi su come finirà la guerra mentre stai ancora combattendo contro un avversario molto più potente”, commenta Andriy Yermak, capo dello staff del presidente Zelensky. Perfino mentre l’ufficiale del ministero della Difesa russo parlava di “nuova fase”, sono proseguiti i lanci di razzi russi contro altre città ucraine. Tuttavia lo stesso presidente Zelensky dice: “Le nostre eroiche forze hanno inflitto nell’ultima settimana potenti colpi e significative perdite al nemico. Limitando le azioni della Russia, la nostra resistenza sta spingendo la leadership del Cremlino verso un’idea semplice e logica: è necessario negoziare”.
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