Wembley-Palermo viaggio senza ritorno. Una delusione peggiore della Svezia

PALERMO – Bucce di arachidi a migliaia, un triste tappeto scricchiolante come gusci di insetti morti, circondano lo stadio e la gente le calpesta, uscendo. Tre sacchetti un euro, si mangia e si sputa dopo avere tanto fischiato. E frammenti di bandiere sul selciato, pure quelle gli ambulanti le vendevano a un euro. Ora sono fazzoletti per piangere l’addio a una Nazionale perduta per sempre.

Quanta fatica inutile, quanta confusione, quanta leggerezza smarrita, quanta bellezza invano rincorsa e mai più raggiunta. Contro la Macedonia del Nord, senza offesa. Decine di tiri sgangherati e murati, uno solo fatale ma nella porta sbagliata, la nostra. Il ritmo sincopato e non lucido del gioco è stato cadenzato da un pubblico di percussionisti. L’atmosfera si è trasferita alla squadra senza mediazioni, il pallone sembrava spinto dalla gente, un aquilone che volava dove voleva. Un firmamento di telefonini ha accolto gli azzurri, e per la prima volta in due anni uno stadio pieno al cento per cento ha cantato l’inno, musica compresa: parole purtroppo vane. Lo speaker ha urlato più volte “Noi siamo i campioni d’Europaaa” e sullo schermo passavano i gol della magnifica, remotissima estate. Chi siamo adesso? Cosa siamo diventati? La risposta arriva alla fine. Prima, era tutta nell’agitazione cresciuta con i minuti per rendersi intollerabile. Sulle seggiole verde smeraldo, gli spettatori hanno celebrato il rito con il terrore addosso.

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Due vecchissime bandiere del Palermo, un po’ stinte, sembravano il segno del calcio che fu. E intanto il tempo passava, tanti i cattivi pensieri incombenti, la sventura di un gol fallito a porta vuota e di uno evitato dalla corsa di Florenzi, anche lui come caricato elettricamente. Il trench di Mancini agitava le maniche, e Vialli guardava il vecchio amico per rassicurarlo. Quell’abbraccio dimenticato, che peccato. Nell’intervallo, la hit “Fottitene e balla” pareva il giusto commento, anche se nessuno poteva ignorare come ripetutamente l’impianto acustico avesse sparato “Ciao ciao” nell’aria: una profezia, con quel memorabile verso: “La fine del mondo/che dolce disdetta”.

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Da una curva all’altra rimbalzava il solito controcanto un po’ scurrile anche se, in qualche modo, “storico” in questo stadio che ne ha viste, sentite e cantate tante. Ed era tutto un correre e tirare, rincorrere e colpire, rimbalzare, estenuarsi. Sempre con l’occhio addosso al maledetto contaminuti. I tifosi rossi e gialli della Macedonia non hanno smesso per un attimo di cantare, e lo stesso avevano fatto nel lungo pomeriggio nel centro storico. C’è stato un momento, verso la metà del secondo tempo, in cui alla Favorita (come si chiamava una volta questo stadio, in omaggio al parco sotto la montagna buia) si sentivano soltanto i tamburi avversari, quasi una danza tribale, una specie di preludio al sacrificio umano. E il tempo ancora lì, sveltissimo e insieme immobile, come gli azzurri.

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24 Marzo 2022

Rimprovera la squadra a gran voce il nostro citì, la sua Italia della leggerezza è diventata la squadra della paura, il peso del passato prossimo è un macigno, sempre nulla al confronto del futuro che ci attende. Il pallone brucia, la bellezza non è più naturale e svapora. Lo sport invecchia in fretta.

E chi allo stadio c’era, adesso sa di avere assistito a un addio, a un viaggio senza ritorno da Wembley a Palermo, una manciata di mesi più qualche millennio per diventare una squadra di pietra, espressione di un calcio cacciato dall’Europa dei club e smarrito anche nel suo colore più amato, l’azzurro ridiventato tenebra come al tempo del grande Giovanni Arpino. La notte di Palermo è invecchiata in fretta, e il canto si è trasformato in ululato, poi in fischi stanchi, quasi increduli. Come quelli juventini di una settimana fa. Provare, crederci, illudersi, cadere: sembra che ormai il calcio italiano soltanto di questo sia capace. Come contro la Svezia, peggio che contro la Svezia. Due mondiali nemmeno raggiunti, uno dietro l’altro, con il bellissimo paradosso di un glorioso Europeo nel mezzo. Ma adesso valiamo proprio poco. Tre sacchetti, un euro. Mangiare e sputare.

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