Una missione di pace della Nato in Ucraina Ecco quello che l’Alleanza può o non può fare. Con una buona dose di “ambiguità strategica”

La Polonia chiede una “missione di pace” della Nato in Ucraina. Tre premier di paesi della Nato (Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia) visitano Kiev a rischio della propria vita. Il presidente americano Biden avverte che l’uso di armi chimiche da parte della Russia in Ucraina avrebbe “severe conseguenze”, senza specificare quali. Il dibattito sulla possibilità o meno di un intervento di qualche genere dell’Alleanza atlantica nel conflitto cresce di giorno in giorno. Ecco che cosa potrebbe fare la Nato nella guerra e in quali circostanze potrebbe decidere di farlo.

Cosa ha chiesto esattamente il governo di Varsavia?
Il vicepremier polacco Jaroslaw Kaczynski ha chiesto una “missione di pace” della Nato, “protetta da forze armate”, per aiutare l’Ucraina. “Una missione simile non può essere disarmata, deve cercare di fornire aiuti umanitari e pacifici a Kiev”, ha affermato Kaczynski, dopo avere partecipato a Kiev a un incontro con il presidente ucraino Zelensky insieme ai primi ministri polacco, ceco e sloveno.

Che reazioni ci sono state dagli altri membri della Nato?
“Temo che sia troppo presto” per parlare di una missione internazionale di peacekeeping in Ucraina, ha commentato la ministra della Difesa olandese Kajsa Ollongren, a margine della riunione ministeriale della Nato in corso oggi a Bruxelles. “Prima deve esserci un cessate il fuoco e un ritiro delle forze russe”, aggiunto, pur ribadendo che “è molto importante continuare a consegnare armi all’Ucraina, perché il suo presidente le chiede e l’Ucraina ha il diritto di difendersi”. In generale esistono posizioni differenti all’interno della Nato sull’atteggiamento da tenere rispetto alla guerra, con paesi più favorevoli a un maggiore coinvolgimento e altri più prudenti.

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Come indica la precedente proposta polacca di fornire i suoi caccia Mig all’Ucraina?
Esatto. La Polonia li aveva offerti all’Ucraina, i cui piloti hanno bisogno di aerei di fabbricazione sovietica, perché sono gli unici che sanno guidare. E il governo di Kiev li chiedeva con urgenza per rinforzare la propria debole aviazione davanti agli attacchi sempre più intensi della Russia dal cielo. Ma non era chiaro da dove sarebbero partiti per l’Ucraina. Varsavia ha proposto di inviarli a Berlino, da dove sarebbero stati trasferiti in Ucraina sotto protezione americana. Gli Stati Uniti si sono opposti nel timore che l’iniziativa diventasse un coinvolgimento diretto della Nato nella guerra e a un potenziale scontro diretto con Mosca.

Putin come ha reagito a queste proposte?
Fin dall’inizio ha avvertito che ogni intervento di paesi occidentali nel conflitto avrebbe provocato gravi reazioni da parte della Russia, ammonendo: “Vedrete cose che non avete mai visto”, apparente allusione all’uso di missili atomici. E ha messo in stato di allerta le proprie forze nucleari.

Ma cosa sarebbe una missione di “peacekeeping”?
Come suggerisce la parola stessa, è una missione militare per “mantenere la pace”. Di solito si tratta di forze che si piazzano tra due belligeranti per garantire una tregua, un cessate il fuoco o la consegna di urgenti aiuti umanitari. Spesso sono missioni condotte dai caschi blu dell’Onu. Non sempre sono efficaci: il massacro di Srebrenica, compiuto dai serbi contro i musulmani bosniaci durante la guerra nella ex-Jugoslavia, avvenne sotto il naso di 600 caschi blu delle Nazioni Unite, appartenenti a forze olandesi, che non intervennero. 

Dopo quel massacro però intervenne la Nato…
Sì, stabilendo una no-fly zone sulla Bosnia e bombardando le posizioni dei serbi bosniaci, operazione che cambiò le sorti della guerra portando ai negoziati di pace.

Più che una missione di “peacekeeping” della Nato, l’Ucraina chiede con insistenza una no-fly zone della Nato per proteggerla dagli attacchi aerei russi: come ha risposto l’Alleanza atlantica?
Finora ha risposto sempre di no. Una no-fly zone porterebbe quasi certamente a duelli aerei tra caccia della Nato e caccia russi. Inoltre i caccia russi sono in grado di lanciare missili dall’Ucraina anche dall’interno della Russia, volando lungo la zona di confine, dove sono dislocate pure le difese anti-aeree russe. Per pattugliare l’Ucraina, i caccia della Nato potrebbero essere costretti ad attaccare quelle postazioni in territorio russo.

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E questo porterebbe alla terza guerra mondiale, magari a base di missili nucleari come minaccia Putin?
È quanto temono in molti. Ma altri esperti in affari militari osservano che perfino uno scontro aereo tra Nato e Russia non porterebbe automaticamente alla terza guerra mondiale, tantomeno all’uso di armi nucleari da parte di Mosca. Ci sono vari gradini da salire in uno scenario di escalation simile, prima che si arrivi alle armi atomiche. Per quanto circolino dubbi sulla sanità mentale di Putin, i vertici militari russi sanno che anche la Nato ha armi dello stesso tipo e, se attaccata con missili nucleari, è probabile che risponderebbe allo stesso modo. Sarebbe una guerra, come assodato nei decenni di guerra fredda, che nessuna delle due parti potrebbe vincere: dunque solo un pazzo suicida potrebbe volerla combattere.

Ci sono situazioni in cui la Nato potrebbe decidere di intervenire militarmente nella guerra in Ucraina, attraverso la no-fly zone o con altri mezzi?
Intervistato recentemente da Repubblica, Gustav Glesser, analista di armamenti dello European Council of Foreign Relations, ne ha citate tre: il serio pericolo di un incidente nelle centrali nucleari ucraine che minaccerebbe tutta Europa; l’uso di armi chimiche in Ucraina da parte della Russia; infine appunto l’uso da parte di Mosca di armi nucleare, ad esempio un cosiddetto “missile tattico”, meno potente di un missili strategico ma in grado fare lo stesso numero di morti di Hiroshima.

Sperando che le centrali siano al sicuro, anche se ci sono stati un incendio e seri rischi nei giorni scorsi a Chernobyl e altrove, ed escludendo per ora l’ipotesi nucleare, quanto è realistica la possibilità che Putin usi armi chimiche in Ucraina?
Abbastanza. La Russia ha accusato l’Ucraina di avere laboratorio di armi biologiche in collaborazione con gli Stati Uniti (“un’accusa che fa ridere” l’ha definita il segretario di Stato americano Blinken): una tipica “false flag” ossia un pretesto da poter citare per permettere a Mosca di usare armi chimiche sostenendo che è una risposta all’uso o alla minaccia di usarle da parte ucraina.

Come reagirebbe la Nato a una mossa simile?
Il presidente americano Biden ha dichiarato che ci sarebbero “severe conseguenze”, senza specificare quali. Intende sanzioni ancora più dure? Forse, ma le sanzioni hanno raggiunto quasi il massimo, non c’è molto altro che l’America e i suoi alleati possono fare. Potrebbe essere l’avvertimento a Putin che, se usa armi chimiche, la Nato sarà costretta a intervenire militarmente.

Ma è sufficiente un avvertimento che rimane nel vago?
Sì, anzi è necessario che rimanga nel vago. Nell’articolo pubblicato da Repubblica, l’ex-premier britannico Tony Blair sostiene che proprio questa vaghezza è necessaria nel trattare con la Russia. “Capisco che non c’è sostegno politico per un diretto coinvolgimento della Nato nella guerra in Ucraina e sono d’accordo”, scrive Blair. “Ma supponiamo che Putin usi armi chimiche o un’arma nucleare tattica o provi a distruggere Kiev come ha fatto con Aleppo in Siria, senza alcun riguardo per le perdite di civili: ha senso dirgli in anticipo che, qualunque cosa egli faccia dal punto di vista militare, noi escludiamo ogni risposta militare? Rimuovere dalla mente di Putin il dubbio sulle nostre intenzioni mi sembra una strana tattica”.

La Nato ha una specie di scheletro nell’armadio a proposito di armi chimiche?
Sì. Nel 2013 il presidente Obama lasciò intendere che l’uso di armi chimiche da parte del dittatore siriano Assad nella guerra civile nel suo paese sarebbe stato come oltrepassare una “linea rossa” che avrebbe provocato una reazione militare da parte dell’Occidente. Proprio l’allora senatore Joe Biden, in quei giorni fece un discorso, dopo che la Siria aveva usato armi chimiche contro il proprio popolo, in cui sembrò preparare il terreno per un intervento militare americano. Ma l’intervento non ci fu, rafforzando Assad e permettendogli di mantenere il potere.

Un errore che la Nato non dovrebbe ripetere?
Secondo alcuni esperti, no. “Corriamo il rischio di ricadere in Ucraina nella trappola siriana”, dice Heather Conley, presidente del Marshall Fund tedesco ed ex-funzionaria dell’amministrazione Bush. “La dura retorica è importante ma quando necessario deve essere seguita dai fatti. Il sostegno militare occidentale all’Ucraina va mantenuto. La frontiera orientale della Nato deve passare dalla deterrenza alla difesa. Questo significa spostare forze significative nella regione, dal momento che gli attacchi russi stanno arrivando molto vicino alla frontiera”. Infine, aggiunge, “io sono della scuola di pensiero che la politica americana abbia la sua massima forza quando dice quello che farà e non spiega quello che non farà”. 

Cosa vuol dire in concreto?
Fonti dell’Alleanza indicano al Financial Times che questa è appunto la posizione della Nato sulla guerra in Ucraina, riassumibile nel concetto di “ambiguità strategica”: in altre parole, non fare sapere a Putin in anticipo cosa farà la Nato, a seconda di quello che farà lui. Inserire almeno un dubbio nella sua mente che, se l’orrore per la guerra aumentasse, la Nato potrebbe anche intervenire. Potrebbe essere l’unico modo per fermarlo. O almeno per impedirgli il peggio.    

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