Il fratello di Jaroslav Marnka arriva in viale Monza a Milano a passi lunghi. Il suo sgomento è nascosto a stento da un cappellino blu e una mascherina chirurgica. Entra nel cantiere del Palazzo di Fuoco da un portone provvisorio fatto di lamiera. Lo sguardo interroga gli operai, la conferma è immediata: l’operaio morto nello schianto dell’ascensore è proprio Jaroslav. Morte bianca a 55 anni, una discesa nel vuoto per una ventina di metri sul tetto dell’ascensore. Era il suo lavoro, la sua vita, e quello doveva essere il pezzo più sicuro del cantiere, il più saldo. Quello che non crolla nemmeno se tutti i cavi vengono tranciati contemporaneamente, a patto che i dispositivi di sicurezza siano già montati e a regola d’arte, a cominciare dai “pattini” frenanti che entrano in azione dopo un metro.
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Invece, dieci minuti prima delle 14 di venerdì 11 febbraio, la cabina va giù dritta nel suo parallelepipedo di vetro, dal quinto piano fino al seminterrato, in un’accelerazione ininterrotta. Jaroslav Marnka non ha scampo. Il suo giovane collega Milan Hlanky, 26 anni, viene raccolto agonizzante dai sanitari del 118 in una pozza di sangue, ma respira ancora. Ha fratture al bacino, a una gamba, alle costole, al volto. La corsa al Niguarda è disperata, l’operazione lunga e complicata, le condizioni critiche.
La morte entra in uno dei cantieri più in vista e centrali della città con un boato che fa sobbalzare bar e negozi da piazzale Loreto a viale Monza ma anche sul lato opposto del Palazzo di Fuoco, quello che affaccia su via Padova. “Come una bomba”, racconta un collega dei due operai slovacchi. Prima di venir via dal cortile interno ha avuto il tempo e il fegato di scattare un paio di foto. Immagini terribili di due ragazzi che, fino a pochi minuti prima, lavoravano e scherzavano con lui. “Sempre allegri, soprattutto Milan, che portava la cassa per sentire musica a volume alto e ci metteva tutti di buonumore”. L’ascensore da installare era il terzo di tre, tutti interni, uno accanto all’altro. “Avevano lavorato agli altri due – prosegue il ragazzo – e non avevano avuto problemi”. Poi conferma quello che la prima ispezione di ghisa, pompieri e tecnici dell’Ats certificherà poco dopo: Marnka e Hlanky non erano imbracati quando hanno seguito la cabina nel vuoto. “Ma erano due ragazzi che lavoravano sempre in condizioni di sicurezza – insiste il collega – non riesco proprio a capire cosa sia successo”.
(agf)
Dribbla i taccuini il responsabile del cantiere, mentre i tecnici coordinati dal pm Ilaria Perinu lavorano alla prima ipotesi: un cavo tranciato di netto, quello che doveva collegare il motorino dell’ascensore alla cabina. Cosa lo abbia spezzato, sarà materia per ulteriori perizie e ispezioni. Ma non sarebbero stati montati ancora i freni di sicurezza, la rete di protezione in caso di cedimento o rottura. Già disposta l’autopsia sul corpo di Jaroslav Marnka, si valuta il sequestro dell’intero cantiere e la filiera delle responsabilità, dalla committente Kryalos al general contractor Percassi, dalla Schindler che fornisce gli ascensori alla subappaltante per cui lavoravano, regolarmente assunti, Jaroslav e Milan. “Questi fatti non possono rimanere impuniti”, invoca il segretario della Camera del Lavoro, Vincenzo Greco.
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Inail: “Nel 2021 in Lombardia oltre 100 mila feriti e 164 morti sul lavoro”. Pd regionale: “Mozione urgente”
31 Gennaio 2022
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