Fondazione Pini, nel 2015 la lettera-denuncia al ministro Franceschini: “Qui attività non legate alla nostra missione”

“Forse sono attività di carattere culturale, ma certamente estranee allo scopo principale. Nessuna mostra è stata organizzata negli anni, nessuna pubblicazione, nessuna partecipazione a iniziative correlate: tutto tace e di Renzo Bongiovanni Radice nessuno sa più nulla. Per non parlare del fondatore, il professore Adolfo Pini, che lasciò all’ente da lui costituito il suo patrimonio (qualche tempo fa, circa 50 milioni di euro) in dotazione testamentaria”. La lettera, inviata a tutte le istituzioni cittadine e all’allora ministro della Cultura Franceschini, è del 16 dicembre 2015. L’ennesimo grido d’allarme, preceduto e seguito da altre numerose lettere, che il “Comitato per la salvaguardia degli scopi della fondazione Adolfo Pini” ha lanciato negli ultimi dieci anni. Fino a quando, lo scorso dicembre, il presidente dell’ente Samuele Cammilleri non è finito indagato dalla procura per concussione e si è dovuto dimettere. Una delle collaboratrici impiegate nella Fondazione ha denunciato al prefetto che Cammilleri pretendeva ogni mese 225 euro, dal gennaio 2016 e fino allo scorso novembre, una retrocessione dal suo stipendio per garantirsi il posto di lavoro.

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Partendo dalla testimonianza della donna e di una seconda impiegata che ha vissuto la stessa esperienza, il pm Paolo Filippini e il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, insieme alla polizia giudiziaria della procura, stanno ora aspettando l’analisi del telefonino e dei pc di Cammilleri, mentre anche la prefettura sta portando avanti la sua istruttoria. Già nel 2015, i professionisti che facevano parte del Comitato denunciavano l’impiego dei fondi dell’ente no-profit in decine di iniziative estranee allo statuto dell’ente, ma mai nella promozione delle figure dei due intellettuali per i quali nel 1991 era stata fondata la Pini. “La Fondazione ha lo scopo di recuperare e rivalutare l’opera e il lavoro dell’artista Bongiovanni Radice, nonché la correzione, traduzione e pubblicazione dei libri del fondatore Adolfo Pini – si legge nello statuto – . Per il raggiungimento di tale scopo, favorirà attività di recupero delle opere, indicendo mostre per la diffusione, istituirà premi e borse di studio per giovani artisti nel settore della pittura, dell’attività artistica e letteraria”.

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E invece. “Il professor Pini, il cui mausoleo si trova al lato del Famedio del cimitero Monumentale è del tutto sconosciuto a Milano – scrive nella lettera il Comitato – . Anche Radice è del tutto abbandonato al silenzio. A Milano nessuno più riconosce la sua opera, in quanto nulla è stato fatto per portarlo alla giusta risonanza che meriterebbe, almeno della sua città natale”. Con gli amministratori voluti dal fondatore, invece, “furono allestite mostre del pittore e dei suoi contemporanei alla Permanente, a Parigi, libri, pubblicazioni e altro”. Il cda presieduto da Cammilleri, denunciano ancora i membri del comitato, “impiega centinaia di migliaia di euro all’anno in numerosissime, onerosissime e assolutamente inutili pseudo-iniziative “culturali”: inutili per il pubblico, ma non certo per chi incassa i ricchi proventi dell’ente in quanto costoro, pure scelti dai consiglieri in base a non si sa quale criterio, sono ben felici di guadagnare queste somme senza alcuna fatica. Un profluvio di denaro che va nelle loro tasche senza dare alcune risalto ai veri scopi sociali della Fondazione”. Il comitato si fa forte anche di un parere della prefettura che negli stessi giorni ribadisce al cda della Pini che “l’erogazione di somme di denaro deve sempre essere finalizzata allo scopo stabilito dal fondatore, per cui la costituzione di ulteriori uffici (come ad esempio ufficio stampa o altri) non è ammessa se non prevista dallo statuto, poiché comporta spese non giustificate al perseguimento del fine. Inoltre, non è possibile erogare borse di studio diverse da quelle espressamente previste dal testatore”. Anche sulle borse di studio sono in corso verifiche della prefettura.

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