Piazza Fontana e la verità che manca ancora: 52 anni dopo la strage “nessuno è stato”

I tre momenti della memoria, tre segmenti di dolore e testimonianza. Quello istituzionale, allo scoccare delle 16.37, si stringerà attorno al sindaco Beppe Sala, alle testimonianze di Paolo Silva e Federica Dendena (eredi delle vittime Carlo e Pietro), all’Anpi e alla Cisl. Poco dopo sarà il turno di una cinquantina tra collettivi e centri sociali, associazioni e sindacalismo di base, con la presenza di Silvia e Claudia Pinelli e il saluto di mamma Licia. Infine, gli anarchici del Ponte della Ghisolfa e gli animatori dell’Osservatorio democratico, che ricorderanno il ferroviere e Saverio Saltarelli, la vittima dell’anno dopo. Tutti a ricordare la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, i sedici morti immediati o quasi, la vittima postuma (Vittorio Mocchi, scomparso nell’83), gli ottantotto feriti, la caccia agli anarchici, i depistaggi di Stato, la tensione e le sue strategie. Tutti a stringersi alle verità parziali che cinquantadue anni hanno distillato, condensate nella grossolana approssimazione della pietra d’inciampo che attribuisce a Ordine Nuovo la matrice della strage. Ma nessuno, non ancora, conosce davvero l’autore. Chi è stato.

Strage piazza Fontana 52 anni dopo, Mattarella: “Fu attacco alla democrazia, decisiva risposta di popolo”

12 Dicembre 2021

Vale la pena, allora, ricordare oggi, il troppo che ancora non sappiamo. A cominciare dall’ultima fase, quella mortale, di un piano stragista che quel giorno prevedeva un’altra bomba (non esplosa) a Milano e tre ordigni non letali piazzati a Roma. La mano stragista che depose la borsa in vilpelle Mosbach & Gruber sotto il tavolone ottagonale al centro della banca, tra gli agricoltori e le loro trattative del venerdì, falciati da una cassetta Juwel, il timer che la fece saltare i sei chili di gelatina esplosiva al binitrotoluolo. Mezzo secolo ha depositato soltanto un elenco di sospettati, gli indiziati, i processati e i chiacchierati. Assolti, prosciolti, mai sfiorati.

Il primo, il “mostro” sbattuto in prima pagina e sepolto per tre anni in cella prima delle assoluzioni, fu Pietro Valpreda: libertario, ballerino di fila, contestatore, naif, tutto meno che carnefice. Morì nel 2002, trentuno anni dopo il suo accusatore, il tassista Cornelio Rolandi del celebre (e manipolato) “l’è lü!”. Ma da subito, in quell’indagine sghemba e inquinata, entrarono i sosia. Di uno, l’attore anarchico Tommaso Gino Liverani, parlò lo stesso Valpreda: non c’entrava nulla. Un altro, Nino “il fascista” Sottosanti, ha mantenuto fino alla scomparsa nel 2004 la sua ambiguità di mussoliniano ma frequentatore d’anarchici: lo sospettò l’Ufficio politico di Milano, insieme al suo commensale del 12 dicembre, Pino Pinelli, “ucciso tragicamente” o ” morto innocente”: le due verità, su lapide, sono ancora lì. Perfino il ferroviere morto in Questura, per un paio di giorni, fu raggiunto dall’ennesimo schizzo di fango: il testimone Fiorenzo Novali, imprenditore bergamasco, giurò di averlo visto davanti alla banca su un’Alfa Romeo rossa. L’auto, in effetti, la videro in molti. Novali, però, indicò un viso sbarbato, senza la barbetta di Pinelli. E fu scartato.

Fascista prima, quasi rosso poi era anche Pio D’Auria: somigliava a Valpreda, era amico del coimputato Mario Merlino, era a Milano una settimana prima della strage. Gli indizi raccolti da Gerardo D’Ambrosio non andarono oltre. Era già il 1972, epoca di “piste nere” e muri di gomma. Una pista portò a Padova. Ma non all’ideologo Franco Freda, quanto al suo braccio destro Massimiliano Fachini: D’Ambrosio approfondì finché l’indagine non gli venne tolta, lo scartarono i magistrati di Catanzaro Migliaccio e Lombardi, lo indicarono negli anni Ottanta diversi pentiti neofascisti: Sergio Latini, Sergio Calore, Angelo Izzo. Dissero di averlo sentito in cella da Freda, che negò. Fachini fu processato e assolto. E mai nemmeno indagato il suo sodale Giancarlo Patrese, indicato da un appunto dei carabinieri di Milano, datato 1973 come esecutore materiale.

I giorni del terrore e del dolore: piazza Fontana, dalla strage ai funerali di Stato in Duomo

Il 12 dicembre 1969, alle 16.37, la storia d’Italia precipita nel suo pozzo nero: è l’ora della strage di piazza Fontana, della bomba che uccide 17 persone e apre quella che poi verrà definita la strategia della tensione. Nelle foto d’archivio ripercorriamo a cinquant’anni da quel giorno quanto avvenne in quei giorni: dai primi sopralluoghi dopo la bomba, con l’atrio della Banca nazionale dell’agricoltura trasformata in uno scenario di guerra, ai funerali di Stato in Duomo, con migliaia di milanesi in una piazza fredda e coperta di nebbia, e le istituzioni in chiesa, fino ai funerali dell’anarchico Giuseppe, Pino, Pinelli, considerato la 18esima vittima di piazza Fontana.

L’indagine di Guido Salvini, negli anni Novanta, puntò tutto sull’ordinovista Delfo Zorzi, accusato direttamente da Carlo Digilio, Martino Siciliano e, per un breve periodo, dal leader di On Carlo Maria Maggi (che poi ritrattò con veemenza), e indirettamente dal neofascista parmense Edgardo Bonazzi, che coinvolse pure il milanese Giancarlo Rognoni per l’attentato fallito alla Banca Commerciale. Condannati in primo grado, assolti in seguito. E mai sfiorati da una vera indagine gli ultimi due nomi ipotizzati in ricostruzioni postume: Claudio Orsi, nazimaoista ferrarese amico di Freda (lo scrisse, e se lo rimangiò, il giornalista Paolo Cucchiarelli), e Claudio Bizzarri, il “paracadutista”, veronese e ordinovista, indicato dallo stesso Salvini in un suo libro. Nessuno di loro è stato. E allora chi?

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